Psicologia dell’invidia. Un sentimento molto umano che può trasformarsi in nevrosi distruttiva. Come evitarlo

Lo psicologo Enrico Maria Secci affronta i temi legati a questo sintomo di disequilibrio che accomuna di frequente soggetti con bassa stima di sé, depressi, psicotici e con disturbi di personalità

ragazza gelosa
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L’invidia è un sentimento umano e, come tale, è nota ad ognuno di noi. Infatti si tratta di una dinamica emotiva precoce, spesso risalente all’infanzia e all’adolescenza, quando il confronto con gli altri, necessario alla costruzione dell’identità, può risultare frustrante e produrre transitoriamente sensazioni di inadeguatezza e di rabbia.

Come vissuto emozionale primario, l’invidia può essere identificata col desiderio di avere qualcosa che un altro ha, qualcosa che non si riesce ad avere o ad essere in rapporto a un altro individuo; l’impotenza data dal desiderio insoddisfatto viene, nell’invidia, trasformata in sentimenti distruttivi verso la persona percepita come rivale e può generare azioni indirettamente o deliberatamente dannose per l’altro.

Con l’evoluzione della personalità, l’individuo impara a riconoscere l’invidia come disfunzionale e negativa e ad arginarla attraverso la costruzione di un Sé sicuro, un Sé che non vive gli altri come minaccia e lavora per realizzare obiettivi attraverso le proprie risorse.

L'invidia nell'adulto

Perciò se in età infantile o adolescenziale sentimenti d’invidia possono rappresentare tentativi di adattamento alla realtà e giocare un ruolo funzionale, quando risolti, nella maturazione della personalità, l’invidia come esperienza del soggetto adulto segnala sempre una qualche difficoltà nell’organizzazione psicologica. Può costituire il sintomo di una nevrosi emergente, dichiarare una crisi esistenziale relativa al livello di soddisfazione di sé o denunciare fatica e alienazione nel processo di affermazione della propria identità personale e/o professionale.

L'invidia tra etimologia, religioni e psichiatria

L’idea che l’invidia sia un sentimento deteriore e insano è suggerita dalla stessa etimologia della parola, dal latino in-video, guardare storto, e non è un caso che la religione cattolica la indichi come “peccato capitale” e che altre religioni, come il buddhismo, ammoniscano l’uomo ad abbandonarsi a un vissuto così nefasto. In psichiatria e in psicoterapia il tema dell’invidia accomuna di frequente soggetti distimici(con bassa stima di sé), depressi, psicotici ed è ricorrente in molti disturbi di personalità.

Rispetto alla persona invidiata, l’individuo adulto non equilibrato matura pensieri di competizione e di annullamento: se l’altro è “migliore” di me ricorre a qualche trucco disonesto; se l’altro ha qualcosa che non riesco ad avere, devo fare in modo che non la abbia più; se percepisco l’altro “migliore di me”, vuol dire che la sua sola esistenza mi sminuisce e mi minaccia. L’invidioso getta ombre sull’invidiato con l’obiettivo inconscio di recuperare un’integrità che sente sgretolarsi nel confronto in cui, da solo, si cimenta con l’altro.

I segni distintivi dell'invidia

In letteratura, Elster (1991) ha individuato i segni caratteristici dell’invidia:

1  Si adotta un atteggiamento duramente critico, censorio, nei confronti di un altro;

2 Si giustificano i successi degli altri attribuendoli a fattori esterni;

3 Si ricorre al pettegolezzo o al sabotaggio indiretto per sminuire la persona “rivale”.

Le conseguenze sull’equilibrio psicologico dell’invidia sono gravi, perché disperdono tutte le risorse della persona contro un nemico immaginario e, allo stesso tempo, bloccano le sue potenzialità verso un’affermazione personale autentica. Per questo nel lavoro in psicoterapia elaborare i sentimenti di invidia e “liberarsene” è spesso un fatto catartico per i pazienti.

Secondo Alessandro Morandotti (1980), “l’invidia è un sentimento che divora chi lo nutre” e si tratta di un logorio lento, punteggiato di piccole cattiverie, maldicenze, insinuazioni, rabbia, ostilità, ossessione.

E, poiché è vero che “l’invidia è una terribile fonte di infelicità per moltissima gente” (Russel, 1960), forse è meglio non lasciarsene sopraffare, fermarsi, provare a capire da soli da dove venga un sentimento così violento e superarlo se necessario con l’aiuto di un esperto.

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