La nutrizionista che non ti aspetti: “Meglio evitare privazione e sofferenza. Ecco cosa serve davvero per dimagrire"

Massimiliano Lussana intervista la nutrizionista Elisabetta Lenti, che non vuole sentire parlare di ricette. Vediamo qual è il suo approccio

Ragazza dieta
Foto Shutterstock.com
di Massimiliano Lussana

Esistono le diete con il nome del loro inventore, esistono le caricature del nutrizionismo, esistono coloro che promettono di far perdere decine di chili in poche settimane. E poi esiste Elisabetta Lenti, che è una rivoluzione copernicana rispetto a tutto quello che c’è stato prima. E intendo “Elisabetta Lenti”, non tanto e non solo come persona fisica, ma proprio come metafora e filosofia di un nuovo stile serio, consapevole e umano del nutrizionismo, che impareremo a conoscere molto bene su Milleunadonna.

Nel suo passato ci sono esperienze da anatomo-patologa all’Università di Genova-Policlinico San Martino, il più grande d’Europa, e di chirurgia cardiovascolare all’ospedale pediatrico Gaslini. E il ruolo da biologa nutrizionista è mantecato da tutte queste esperienze e chiaramente la parte medica insieme a quella da biologa aiuta molto a costruire un percorso.

Dottoressa Lenti, qual è la ricetta di un perfetto nutrizionista? E, soprattutto, è possibile pronunciare in sua presenza la parola “ricetta” senza incorrere nelle sue ire?

“Credo che proprio l’approccio che sta dietro questa domanda sia il più sbagliato da parte di un nutrizionista. Anzi, diciamola pure tutta. Normalmente la visita classica funziona così: il paziente entra e il nutrizionista chiede quanto pesa, quanto è alto, digita qualche numero sul computer e un software elabora la dieta. I più raffinati la stampano direttamente davanti al paziente, altri hanno addirittura i moduli prestampati, con un menù tipico per le settimane e il mese successivo”.

Tipo menù settimanale degli alberghi della riviera romagnola, divini peraltro?

“Esattamente. Per l’albergo va bene, per il nutrizionista no, occorre invece un approccio che innanzi tutto faccia comprendere a noi chi abbiamo di fronte, perché sono arrivati in studio e solo a quel punto ragionare più che su una dieta, su un corretto stile di vita”.

Chi è il suo paziente medio?

“Ci sono molti ragazzini palestrati che vengono, a volte accompagnati anche dalle mamme in ansia, perché sono ossessionati dall’idea di prendere massa. E quindi, magari dopo aver trovato su qualche sito su internet il consiglio su riso e pollo come scelta migliore per ottenere il loro scopo, mangiano solo riso e pollo”.

E le ragazze? I disturbi del comportamento alimentare sono quasi un’epidemia.

“L’adolescenza è un periodo difficile anche da questo punto di vista. Qualche settimana fa è arrivata una ragazza accompagnata dalla mamma che mi spiegava che voleva diventare vegana, ma non per un problema etico o morale, semplicemente perché lo erano anche le sue amiche ed era di moda. Ecco, scelte di questo tipo, soprattutto se gestite in modo inappropriato, portano a squilibri che hanno come prima conseguenza l’interruzione del ciclo e poi la depressione”.

Ma arrivano già tutti quando hanno dei problemi o c’è anche un “nutrizionismo preventivo” e salutare?

“Ho molto apprezzato la scelta di una mamma che mi ha portato i suoi figli, ragazzi di dodici anni, semplicemente per parlare, senza particolari problemi in essere. Si è creata subito empatia, che deve essere la parola d’ordine. Personalmente, la prima cosa che faccio con chi viene da me è farlo parlare e raccontarsi”.

Ma lei fa la psicanalista o la nutrizionista?

“In verità ci sono informazioni importantissime per cercare di comprendere la vita delle persone. Qualche giorno fa è venuta una signora e quando le ho chiesto quando e come mangiava mi ha detto che lo faceva sola, in piedi, attaccata al muro. E’ chiaro che in una situazione simile i disturbi alimentari sono connessi anche a una forma depressiva e quindi la cosa principale del nutrizionista è comprendere e entrare in sintonia con chi va da lui”.

Vengono da lei solo ragazzi giovani?

“Assolutamente no, ci sono vecchietti tristi perché le giacche non si chiudono più e che poi mi ringraziano perché finalmente possono usare tutto il loro guardaroba”.

Ma lei è sadica? Una tipo quello di Fantozzi che diceva “tu mancia” con accento tedesco a chi sfiorava il cibo?

“Ecco, questo è un approccio sbagliatissimo, perché il nutrizionista deve essere una figura di riferimento di cui fidarsi. Ad esempio sentire frasi come “la deludo” o “non voglio deluderla” non va bene, perché noi non siamo la controparte, Eventualmente deludono se stessi”.

Ma quali sono le regole base per conquistare la fiducia reciproca?

“Da parte del paziente non dire bugie, non servono a nulla. Ma anche da parte nostra occorre tener conto dei gusti dei pazienti perché un corretto regime alimentare non deve essere una costrizione. Ad esempio, è giusto lasciare libertà almeno una volta alla settimana”.

Perché uno viene da lei, con questo approccio particolare, magari dopo aver provato altre strade?

“Spesso ci sono pazienti che arrivano come ultima spiaggia, dopo aver provato di tutto”.

E nel “di tutto” quali sono le scelte peggiori?

“Quando si perdono trenta chili in poco tempo, di solito si riprendono tutti. Oppure, io consiglio sempre di diffidare quando c’è un nome proprio di un medico, di un nutrizionista o di chiunque in una dieta. La personalizzazione del nutrizionista raramente è un valore”.

Altri errori classici?

“Una delle richieste che mi sento fare più spesso è “Per favore, dottoressa, non mi dia yogurt”, che viene piazzato dappertutto. Poi non bisogna costringere i pazienti a pesare tutto: 123 grammi di pane o cose simili. E anche evitare di metterci cose strane, tipo le noci macadamia che non si trovano ovunque. Fare una dieta non può diventare un lavoro”.

E accorgimenti per mettere a proprio agio il paziente ed ottenere buoni risultati? Cioè “i trucchi del mestiere” se posso strappargliene qualcuno.

“Il paziente non è un imputato e quindi occorre stare attenti anche al linguaggio: le parole “obeso” e anche “sovrappeso” vanno evitate. Lo studio deve essere accogliente, bello, ben arredato, non freddo, con le luci giuste. E, soprattutto, l’accoglienza da parte del nutrizionista deve essere buona, deve alzarsi, mettere a suo agio chi arriva. Troppo spesso c’è un approccio burocratico al paziente che, a mio parere, inficia tutto il percorso“.

E il digiuno è una cosa buona e giusta?

“Il digiuno intermittente ha buoni risultati, soprattutto su alcuni tipi di pazienti. Ad esempio, per chi sta facendo cicli di chemioterapia è assolutamente indicato, perché dà più efficacia alle cure”.

Ma quali sono i luoghi comuni più frequenti del nutrizionismo?

“Vogliamo fare un articolo o un libro?”.

Faccia poco la spiritosa, le domande le faccio io.

“Cito fior da fiore: i carboidrati fanno ingrassare, “dottoressa ho il colesterolo”, la frutta va mangiata a fine pasto. E invece occorre stare attenti alla frutta e puntare moltissimo sulla verdura”.

Ora mi contesta anche la frutta?

“E’ chiaro che la frutta è meglio di junk food, ma comunque è fermentata e zuccherina”.

Lei è perfetta nell’individuare ciò che non va, come una versione nutrizionistica di Eugenio Montale in “Non chiederci la parola”, “Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. E invece comportamenti virtuosi? Cosa siamo, cosa vogliamo?

“Da parte del nutrizionista tenere sempre conto di chi si ha davanti e personalizzare ogni proposta, ribadisco, evitando che il percorso sia di privazione e sofferenza. Non serve il cilicio per ottenere buoni risultati”.

E il paziente cosa deve metterci?

“Determinazione e deve crederci lui per primo. Il punto non è perdere peso, il punto è prendersi cura di sé”.

Cioè non basta “fare la dieta”?

“Avere comportamenti alimentari corretti e sani va di pari passo con una vita piena socialmente e culturalmente”.

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