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Controllare la frequenza cardiaca è il modo più semplice e veloce per riconoscere la fibrillazione atriale, l'aritmia cardiaca più frequente, ma anche un fattore di rischio importante per l'ictus cerebrale: in Europa ne soffrono più di 18 milioni di persone (il 2 per cento della popolazione), un numero destinato ad aumentare per il progressivo invecchiamento della popolazione. Sopra i 40 anni, una ogni 4 svilupperà questa aritmia nella vita (stando ai risultati del Framingham Hearth Study, pubblicato sulla rivista Circulation nel 2004), ma in molti non ne hanno mai sentito parlare.
I cardiologi però avvertono: la diagnosi tempestiva e la terapia mirata a ridurre la formazione di coaguli nel sangue può prevenire l'ictus, in genere più grave e invalidante proprio in chi soffre di fibrillazione atriale, mentre i pazienti che non ricevono farmaci anticoagulanti o seguono una cura non adeguata hanno maggiori probabilità di esserne colpiti (con una frequenza cinque volte superiori rispetto al resto della popolazione).
Da queste premesse è nata la “Carta Globale del Paziente con Fibrillazione Atriale”, alla cui stesura hanno partecipato oltre 40 tra Società Scientifiche e Associazioni pazienti, presentata di recente in Senato durante un Convegno e contemporaneamente anche a Dubai al Congresso Mondiale di Cardiologia. Molti gli obiettivi del documento, che contiene consigli sugli interventi fondamentali per ridurre il peso della malattia: dal miglioramento delle conoscenze e della preparazione del personale sanitario, alla creazione di Registri Nazionali degli Ictus, all'individuazione precoce delle persone cardiopatiche, alla promozione di campagne di informazione per aumentare la conoscenza dei primi sintomi della fibrillazione atriale e dei fattori di rischio dell'ictus.
“La Fibrillazione Atriale è una patologia difficilmente comunicabile, perché spesso asintomatica-spiega la professoressa Maria Luisa Sacchetti, Presidente onorario della Federazione A.L.I.Ce. Italia Onlus e neurologa vascolare presso l’Azienda Ospedaliera del Policlinico Umberto I di Roma.- “ Recentemente A.L.I.Ce insieme all’Università degli Studi di Firenze e al Censis ha realizzato un’indagine, intervistando 1.000 cittadini italiani, dalla quale emergono le pochissime conoscenze sull'argomento. Delle mille persone intervistate, solo 80 hanno indicato le malattie cardiache come fattore di rischio per l’ictus, ancora meno persone (circa 50) hanno indicato l’età avanzata. Nella realtà sappiamo che il più importante fattore di rischio per l’ictus è l’età avanzata (sopra i 65 anni) e che il 58% dei pazienti che hanno avuto un ictus sono malati di cuore, il 40% dei quali soffre proprio di Fibrillazione Atriale”.
E' necessario quindi monitorare da una parte le persone portatrici di fattori di rischio per questa aritmia, in particolare l’ipertensione (i medici di famiglia sono una risorsa insostituibile in questo lavoro), dall'altra trattare la Fibrillazione Atriale, decidendo tempestivamente (quando necessaria) la prescrizione di una terapia anticoagulante, che può presentare alcuni rischi (emorragie), se non si individua il giusto dosaggio dei farmaci .“Le difficoltà maggiori per il paziente e per i suoi familiari - sottolinea Sacchetti- consistono nel trovare e mantenere nel tempo il corretto regime alimentare e la necessità di sottoporsi a periodici controlli ematologici, mentre per i medici e gli specialisti i problemi riguardano la messa a punto del giusto dosaggio del farmaco, seguendo il paziente nel tempo. Sono questi i motivi che portano circa il 50% delle persone con fibrillazione atriale ad abbandonare la cura prescritta, a seguirla in modo incostante o addirittura a non intraprenderla affatto”.
Per colmare questo vuoto di cura, la ricerca clinica ha portato ancora una volta a risultati eccellenti: sono infatti all’approvazione dell’AIFA farmaci anticoagulanti molti più maneggevoli e sicuri (Dabigatran, Apixabam, Rivaroxaban), che non necessitano di prelievi del sangue ripetuti e che rendono la fluidità del sangue molto più costante nel tempo, dando la possibilità a tutti di curarsi. “Non nascondiamoci però dietro un dito-conclude Sacchetti- ” I farmaci sono indispensabili, ma senza un’adeguata organizzazione dell’assistenza, tutto rischia di vanificarsi. Come decretato nella seduta del 29 aprile 2010, le Regioni, e le province autonome di Trento e Bolzano si sono impegnate a promuovere e adottare adeguati percorsi diagnostico-assistenziali dedicati, che coinvolgano tutti, dal medico di medicina generale agli specialisti del settore, fino ai centri diagnostici.
La parola ora sta quindi ai politici: da quanto stanno facendo e faranno nell’immediato futuro, si comprenderà l’interesse nutrito verso i problemi di salute di circa 1.5 milioni di italiani, tanti quanti si stima siano i pazienti fibrillanti in Italia”.
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