Bambini ed eventi traumatici: come aiutarli a tornare alla normalità

di Elisabetta Rotriquenz

Ogni anno milioni di bambini sono esposti a situazioni stressanti più o meno gravi che possono diventare una fonte di traumi. Gli eventi traumatici che un essere umano può vivere comprendono: disastri naturali (uragani, terremoti, inondazioni e incendi), disastri causati da errori umani (incidenti automobilistici, incidenti aerei, naufragi), atti di violenza diretta (abuso sessuale, fisico e psicologico, sparatorie, rapimenti, bombardamenti e atti terroristici) o indiretta (esposizione a violenza domestica o ad atti di violenza trasmessi dai mezzi di comunicazione), malattie gravi o procedure mediche dolorose (cancro, ustioni, ecc.) (Belaise, 2003).


La reazione delle vittime a questi eventi traumatici è di solito positiva sia che esse abbiano vissuto il trauma direttamente sia che lo abbiano subito indirettamente. Ciò vale anche per i bambini, nonostante permanga una percentuale significativa di minori che, in seguito a tali eventi, manifesta livelli molto elevati di disagio psicologico con notevoli conseguenze nella vita sociale, familiare e nei processi evolutivi, d’apprendimento e di sviluppo. Una reazione normale agli stress estremi è rappresentata dal sentirsi storditi, apatici e depressi; in un secondo momento, subentrano sintomi come irritabilità e senso d’angoscia per le perdite o i danni subiti.


Una reazione grave è definita Disturbo Post-Traumatico da Stress (Post-Traumatic Stress Disorder, PTSD). Può capitare che tra il trauma e l’inizio del disturbo passi del tempo (anche anni) e più intenso e prolungato è stato l’evento traumatico, più grave sarà il PTSD. Ci sono persone che soffrono di PTSD per anni e, nel caso in cui il trauma sia stato particolarmente violento e prolungato, un soggetto non aiutato da esperti può anche rimanere per sempre vittima di tale disturbo. Dalla correlazione che c’è tra l’intervento traumatico e lo sviluppo di PTSD si evince la potenzialità che ha il trauma nel determinare questa reazione psicologica. D’altra parte, in bambini esposti a eventi traumatici meno gravi o comunque brevi, la percentuale di PTSD può scendere al di sotto del 20%, soprattutto se è trascorso un certo periodo dall’esperienza traumatica (Belaise, 2003).


Il momento che il soggetto definisce come traumatico può a volte non coincidere con quello che l’interlocutore si aspetta. Ad esempio, un adolescente ferito alla testa, in seguito a un incidente d’auto, dichiarò che il momento più traumatico fu quando lo caricarono su un’ambulanza diversa da quella del fratello e della madre. Da ciò è possibile evincere che l’evento traumatico corrisponde a una serie di percezioni, emozioni e pensieri soggettivi che una particolare situazione può aver suscitato nel soggetto (Belaise, 2003, Shaw, 2000).


I bambini con PTSD  spesso riportano altri disturbi come impulsività, distrazione e problemi dell’attenzione (dovuti all’ipervigilanza), disturbi del comportamento, disforia, scarsa emotività, evitamento sociale, dissociazione, disturbi del sonno, aggressività nel gioco, insuccesso scolastico, ritardo nello sviluppo o perdita di abilità già acquisite, ansia e disturbi psicosomatici (Belaise, 2003, Gurwitch et al, 1998).


È possibile aiutare le vittime di questi eventi traumatici a superarli e ad avere una qualità di vita soddisfacente? Sì e molto dipende dal trattamento e dalla tempestività con cui viene messo in atto. Ci sono varie tipologie di trattamento per bambini e adolescenti con PTSD. Alcuni studiosi hanno verificato l’efficacia di una psicoterapia breve, focalizzata sul trauma e l’angoscia, in un gruppo di giovani adolescenti con PTSD e depressione, esposti al terremoto in Armenia nel 1988.


Il trattamento comprendeva un’esplorazione diretta del trauma, tecniche di rilassamento e procedure di desensibilizzazione, risoluzione del conflitto attraverso modalità di focalizzazione sui ricordi non traumatici e supporto di gruppo attraverso il riconoscimento dei sintomi del PTSD negli altri soggetti. Al termine del trattamento, il gruppo di adolescenti trattati ha riportato una significativa diminuzione della sintomatologia del PTSD e di quella depressiva, mentre i soggetti non trattati hanno riportato significativi peggioramenti (Belaise, 2003, Goenjian et al, 1997).


Il tempo è un elemento molto importante nella risoluzione positiva di questi casi. Per questo motivo è auspicabile che vi siano attività di prevenzione e di monitorizzazione nelle scuole e che i genitori siano sensibilizzati rispetto al problema. La scuola, infatti, è un ambiente in cui il PTSD ha buone possibilità di essere individuato: sintomi come pensieri intrusivi e difficoltà nella concentrazione, per esempio, nella maggior parte dei casi, interferiscono con il rendimento scolastico del bambino e con il suo adattamento sociale. Gli interventi a scopo preventivo e i programmi di trattamento nelle scuole sembrano essere molto efficaci nel caso di bambini a rischio di trauma o già traumatizzati. Pertanto si potrebbero prevedere programmi nelle scuole gestiti da uno psicologo scolastico e strutturati nel seguente modo:


-          interventi, durante le lezioni, diretti sul trauma e sulle reazioni allo stress;


-          opportunità per discussioni e rilevazioni;


-          attività in piccoli gruppi;


-          tecniche proiettive come gioco, attività artistiche e racconto di storie (Belaise, 2003).


È evidente che gli interventi nelle scuole non possono sostituire i trattamenti individuali centrati sulle caratteristiche del singolo caso, ma possono contribuire ad identificare i casi più complessi (o ancora non emersi), affinché vi sia un intervento tempestivo e adeguato.

16 aprile 2012
 
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