"Giù gli slip: mi faccia vedere se ha tatuaggi nelle parti intime": generali morbosi o “leggi fascistissime”?

di Luca Marco Comellini

“Caporale si abbassi le mutandine e mi faccia vedere se ha dei tatuaggi nelle parti intime!”. È questo l’ordine che rischieranno di sentirsi impartire le donne e gli uomini dell’Esercito a seguito dell’emanazione di una direttiva partorita dalla mente di qualche leguleio dello stato maggiore dell’Esercito. Il 26 luglio scorso l’ufficio generale del Capo di stato maggiore dell’Esercito ha diramato una direttiva sulla regolamentazione dell’applicazione dei tatuaggi per i militari che impone al personale di rilasciare obbligatoriamente una dichiarazione sulla presenza o meno di tatuaggi sul proprio corpo, anche nelle parti coperte dall’uniforme, e obbliga i comandanti  dei reparti ad effettuare verifiche periodiche e sanzionare ogni violazione.

Fino ad oggi il controllo dei tatuaggi ha sempre riguardato solo le parti del corpo non coperte dall’uniforme e il ragionamento costantemente fatto dai giudici dei tribunali amministrativi - principalmente in merito ai concorsi per l'arruolamento - ha stabilito che il tatuaggio può rientrare nel concetto di “alterazioni acquisita della cute” solo in particolari circostanze. Il presupposto di fatto della mera presenza di un tatuaggio è, di per sé, circostanza neutra, che acquista, tuttavia, una sua specifica valenza, ai fini della esclusione dal concorso, quando esso, per estensione, gravità o sede, determini una rilevante alterazione fisiognomica. Al di fuori di tale ipotesi, il tatuaggio non rende non idonei al servizio.

La crociata contro "i tatuati" avviata su disposizione del capo di stato maggiore dell'Esercito, generale Graziano, mi pare un espediente per "schedare" il personale in base all'uso di simbologie e quindi ai gusti e alle opinioni che queste possono rappresentare. Una tecnica di schedatura che potrebbe essere utilizzata per punire i nemici e proteggere gli amici visto che l'eventuale offensività del tatuaggio è rimessa alla valutazione ampiamente discrezionale del titolare dell'azione di comando.

Spingersi a richiamare nella direttiva una pubblicazione del 1876 di Cesare Lombroso "L'uomo delinquente", in cui si mette in stretta correlazione il tatuaggio con la degenerazione morale, equivale a dire che chi è tatuato è un delinquente e ciò mi sembra assolutamente fuori luogo e offensivo, nella considerazione che ci sono interi reparti operativi dell'Esercito che hanno nel tatuaggio una vera e propria tradizione. 

Quindi, a prescindere dalla legittimità o meno della disposizione, che mi sembra essere l’ennesima violenta e gratuita offesa verso i diritti del personale, e volendo escludere a priori ogni ogni finalità discriminatoria perche altrimenti ciò rappresenterebbe un fatto gravissimo, mi domando se il suo reale scopo non sia solo quello di soddisfare le curiosità dei generali in merito alle fantasie e alle forme dei "disegni" che le donne e gli uomini possono essersi fatti "tatuare" nelle parti intime.

Sono ben altri i problemi che affliggono il personale dell'Esercito e di cui dovrebbe interessarsi il generale Graziano. Prima o poi sicuramente verrà impartito l’ordine di "schedare" i militari per colore degli occhi o dei capelli, per religione e per colore della pelle e a quel punto la “restaurazione” delle “leggi fascistissime” sarebbe solo una questione formale.


Mi auguro che il Ministro della difesa, ammiraglio (generale) Di Paola intervenga rapidamente per fermare questa ennesima ingiustificabile azione di schedatura del personale militare in base ai gusti e alle opinioni che possono essere espresse con un semplice tatuaggio.

17 agosto 2012
 
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