I 70 anni di Alda D’Eusanio, i successi e lo strazio che l’ha portata a pesare 34 kg: “Mi ha salvata un pappagallo”

La giornalista e conduttrice racconta la sua vita: dall’infanzia poverissima alla laurea in sociologica. Poi i successi televisivi, le nozze con l’amore della sua vita e il lutto mai concluso per la sua morte. E poi quell’incidente che la ridusse in coma

TiscaliNews

A 70 anni appena compiuti Alda D’Eusanio può guardarsi indietro e contemplare una vita così intensa da sembrare un romanzo: dall’infanzia poverissima ai fasti della conduzione tv in prima serata, dal matrimonio con l’uomo della sua vita al dolore per la sua morte. E poi quell’incidente che ha rischiato di ucciderla. Intervistata dal Corriere della Sera, la giornalista ha raccontato come si sente a 70 anni: «Migliore di com’ero. Poi, nel 2012, dopo essere stata investita, il coma mi ha riportata un po’ indietro: avevo imparato a riflettere prima di parlare e ho disimparato».

L’infanzia e gli studi

Tutto è cominciato a «Tollo, in Abruzzo, tremila anime, tutti contadini. Eravamo poveri. Portavo le scarpe di mia sorella a cui mamma tagliava la punta quando crescevano i piedi. Papà aveva imparato a leggere e scrivere a vent’anni e voleva che studiassi. Mamma, tuttora, mi dice: se potessi tornare indietro, non ti farei studiare. Per lei, le donne devono sposarsi e avere figli. Ma con l’appoggio di papà, andai in collegio, poi mi laureai in Sociologia a Roma, facendo la cameriera e la ragazza alla pari per mantenermi. Avevo tutti 30 e 30 lode».

Le denunce e il successo in tv

Che si trattava di una donna volitiva e poco accomodante si capì già nel 1993 quando denunciò sul Corriere lo strapotere dei socialisti nel Tg2 di cui era conduttrice. «Dentro quel tg, venivo da anni di battaglie contro una banda di colleghi arrivati dall’Avanti e bulimici di potere. Non me ne sono pentita, anche se l’ho pagata: fui relegata per cinque anni alla notte». Eppure era socialista anche lei e si diceva che fosse amica di Bettino Craxi, «erano cose che gli dicevo sempre. Era uno scontro continuo. Gli ero piaciuta subita perché non mi faceva paura e gli parlavo alla pari. I potenti non intimoriscono perché mio nonno contadino mi diceva sempre: ricordati che non sei superiore né inferiore a nessuno. Con Bettino, mi ero già rifiutata di fare lo spot del Psi per le Europee dell’89. E poi non gli dovevo niente, ero stata assunta che non lo conoscevo e il successo arriverà dopo il tracollo socialista. L’Italia in diretta è del 1995: l’avevo ideata io, l’ho fatta per un anno, me l’hanno tolta, è diventato La Vita in diretta che c’è ancora. Ho inventato il rotocalco con gli inviati in tutta Italia a parlare di cronaca bianca, nera e rosa».

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Incidenti davanti alle telecamere

Insomma la tv del pomeriggio deve parecchio alle sue idee di allora. «La guardo e mi chiedo perché mi attaccavano così tanto e in modo così brutale. Quando Marco Pannella mi mollò un panetto di hashish in diretta, fui processata dall’Ordine dei giornalisti e dalla giustizia ordinaria. Un putiferio. Ma Pannella mi era stato imposto dalla rete per promuovere un referendum. Me lo trovai in studio all’ultimo e dissi subito: questo è veleno, tienitelo e vai in galera. Fui assolta, ma nessuno si spese in mia difesa».
E se le chiede perché, questa è la risposta che dà: «Perché non appartengo a circoli, a gruppi, sono una donna sola, nel senso di libera».

L’incontro con il sociologo Statera

Da romanzo anche l’incontro con il sociologo Gianni Statera che divenne suo marito. «Io ero un sacco rossa, un sacco comunista e sottoproletaria. Lui era socialista e, per me, era un borghese, un nemico di classe. Parlava a un’aula magna stracolma, nel silenzio totale, perché era bravissimo, ma a me non affascinava. Aveva solo sette anni più di me, ma era già direttore del dipartimento di Sociologia. Aveva scritto il suo primo libro a 12 anni, ne aveva 19 quando ha tradotto Otto Nurath. Era un genio, ma io pensavo che per uno come lui che aveva mangiato pane e cultura era il minimo».

La corte e le nozze

Ma il professore si accorge dell’allieva: «Alla presentazione di un libro, iniziò a corteggiarmi, gli permisi il primo bacio dopo sei mesi. Mi conquistò con l’intelligenza, che è quello che succede ancora. Continuo a discutere con lui e a farci pace. Ha una mente forte, siamo due caratteri da scontro totale. Lui era tutto preso dall’università, la mia rivale: studiava e leggeva sempre. Io lo prendevo in giro. Rifletteva sui massimi sistemi e gli dicevo: scusa, tu che sai tutto, che ore sono? A volte, mi svegliavo e lo trovavo che mi guardava e rideva. Ancora lo fa, la mattina. Ancora lo amo tanto».

Compleanni dolorosi

Struggente l’amore con cui ne parla come se non fosse morto nel ’99: «Per me è molto vivo. Un amore vero va al di là del corpo, degli oceani, dell’eterno. Soffro la sua morte solo il giorno del mio compleanno perché il suo regalo era passare un giorno intero con me». Invece ora per compleanno «piango tutto il giorno. Dal primo maggio 1999, sono diventata una donna di dolore, non saprò più cos’è la felicità, posso solo vivere il dolore con serenità ed equilibrio. Gianni se n’è andato in 15 giorni per un male fulminante. All’inizio, non mangiavo e non bevevo, ero arrivata a 34 chili, volevo solo morire anch’io. Poi, in un negozio, ho visto Giorgio, un pappagallo pelle e ossa. Il venditore mi ha detto che pativa un lutto, era depresso e non mangiava più. L’ho portato a casa, a lui piace la pasta e, un rigatone lui e uno io, abbiamo ripreso a mangiare». Oggi il pappagallo vive con lei e con il suo cane, convivenza testimoniata anche sui social.

L’incidente e il coma

Ma nel 2012 un incidente ha rischiato di portare via anche lei: «Mentre ero in coma, preferivo morire. Mentre ero morta, mi vedevo da fuori e stavo bene, nella luce. Sapevo di stare vicino a Gianni. Nei momenti in cui tornavo, avevo dolori lancinanti, soffrivo. Invece, nonostante l’osso occipitale rotto e cinque emorragie cerebrali, tornai viva. Era inspiegabile e mi sono detta: si vede che la vita mi deve ancora un sogno».